"Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra". "Includi nella tua scelta attuale l'integrità futura dell'uomo come oggetto della tua volontà". Hans Jonas, Il principio responsabilità

lunedì 8 giugno 2015

Il punto di vista dell'erba sulla nascita dell'agricoltura e la conquista della Terra


Interrompo il lungo silenzio (scusate, è un periodaccio da tanti punti di vista, ma ci sono e spero di tornare presto) con questa citazione, che qualche mese fa ho usato in classe con i miei alunni di primo linguistico. Non so quanto abbiano colto e quanto sia rimasto loro, ma mi sembrava un buon modo per mostrare come c'è sempre un punto di vista nel guardare le cose, anche quando è talmente ovvio, scontato e consolidato da risultare invisibile, e come possa essere sempre rovesciato, anche nei modi più impensabili. 
Se vi va, buona lettura!
La nascita dell'agricoltura dal punto di vista dell'erba 
L'alleanza evolutiva della specie umana con l'erba ha radici profonde e ha probabilmente contribuito al successo globale della nostra specie più di qualunque altra, con la sola eccezione forse di quella con i miliardi di batteri che vivono nel nostro intestino. Lavorando insieme, l'erba e l'uomo si sono impossessati di gran parte della Terra, molto di più che se avessero lavorato singolarmente. 
Questa alleanza uomo-erba ha, di fatto, avuto due fasi distinte, conducendoci attraverso tutto il percorso da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori o, se vogliamo datare questa storia naturale dal punto di vista dell'erba, dall'Età delle Perenni, come le festuche e le gramigna, all'Età delle Annuali, come il mais. Nella prima fase, che ebbe inizio quando i nostri primi antenati scesero dagli alberi per cacciare gli animali nella savana, il rapporto tra gli uomini e le erbe era mediato dagli animali che (a differenza nostra) potevano digerirle. I cacciatori-raccoglitori promuovevano deliberatamente il benessere dell'erba per attirare e ingrassare gli animali che dipendevano da essa. I cacciatori incendiavano periodicamente la savana per mantenerla priva di alberi e per nutrire il suolo.
O per lo meno, così sembrava a noi. Perché dal punto di vista dell'erba la collaborazione appare persino più ingegnosa. La sfida per la sopravvivenza che l'erba deve affrontare in ogni tipo di ambiente, ad eccezione del più arido, è come competere con successo con gli alberi per conquistare territorio e la luce del sole. La strategia evolutiva utilizzata è stata quella di rendere le proprie foglie nutrienti e gustose per gli animali che a loro volta sono nutrienti e gustosi per noi, le creature dal cervello grande in grado di sconfiggere gli alberi per conto dell'erba. Ma, perché questa strategia potesse avere successo, l'erba aveva bisogno di un'anatomia che le permettesse di sopportare gli attacchi provenienti dal pascolo degli animali e dal fuoco. Per questo motivo ha sviluppato un sistema con radici profonde e una corona che si abbarbica al suolo e in molti casi produce rizomi, permettendole di riprendersi velocemente dal fuoco e di riprodursi anche quando il pascolo degli animali (o i tagliaerba) le impediscono di fiorire e produrre semi. (Ho sempre pensato che noi dominassimo l'erba ogni volta che la tagliamo, ma in realtà non facciamo altro che assecondare la sua strategia di dominio del mondo, aiutandola a combattere contro alberi e cespugli. 
La seconda fase del matrimonio fra l'erba e gli uomini viene solitamente denominata "invenzione dell'agricoltura", un'espressione auto-incensante che dimentica completamente il ruolo dell'erba stessa nel modificare i termini della collaborazione. Circa diecimila anni fa un gruppo di specie di erbe particolarmente ingegnose e opportuniste - antenate del frumento, riso e mais - si sono evolute fino a produrre semi potentissimi e ricchi di sostanze nutrienti che potevano nutrire gli uomini direttamente, senza bisogno dell'intermediazione degli animali. Hanno compiuto questa impresa diventando annuali, usando tutta la loro energia per produrre i semi piuttosto che per tenerne alcuni di scorta sotto terra, nelle radici e nei rizomi, per affrontare l'inverno. Queste super-erbe annuali ebbero la meglio non solo sugli alberi, che gli uomini dovevano necessariamente abbattere per espandere l'habitat delle erbe annuali, ma anche sulle erbe perenni, quasi ovunque costrette a soccombere all'aratro. I loro sostenitori umani eradicarono le grandi policolture di erbe perenni per rendere il terreno adatto alle erba annuali, che da quel momento in poi sarebbero state coltivate secondo rigide monocolture. 
da Michael Pollan, Il dilemma dell'onnivoro

Michael Pollan racconta il punto di vista dell'erba in questo video:

domenica 12 aprile 2015

A pranzo con me: riso integrale con zucchina, fagioli neri e curcuma

Ma che buono questo risottino super-improvvisato per un pranzo domenicale solitario, dopo una mattinata trascorsa a correggere compiti e in vista di un lungo pomeriggio che trascorrerò a... correggere compiti. 
Doppia razione in un colpo solo, una per il pranzo di oggi e una da portare a scuola domani per il pranzo fuori  casa.

Mentre bollivo in acqua leggermente salata 140 gr. di riso integrale ho velocemente cotto in padella con un po' d'acqua una zucchina (senza aggiunta di nulla, perché la meravigliosa erba cipollina che ormai metto ovunque è finita e ho dimenticato di comprarla).
Dopo circa 45 minuti (e altri due compiti corretti) ho scolato il riso al dente e l'ho ripassato in padella con la zucchina e quattro cucchiai di fagioli neri bolliti la sera precedente.
Ho aggiunto davvero un pizzico di curcuma per dare quel non so che in più di colore e sapore e ho servito nel piatto con un po' di olio evo a crudo e una spolverata di parmigiano reggiano

Non solo buonissimo, ma anche bello, non vi pare?


E mentre mi accingo a riprendere la correzione dei compiti mi domando: ma quanto è semplice  e divertente cucinare? E giuro che mai e poi mai solo un paio di anni fa avrei potuto pronunciare una frase del genere.

Buona domenica a voi!

domenica 29 marzo 2015

Un libro: Elisabeth è scomparsa, di Emma Healey


Non l'ho letto proprio tutto di un fiato, perché il tempo per la lettura è poco, ma mi ha accompagnato costantemente per alcune settimane senza abbandonarmi, senza scomparire sepolto da qualche parte come tanti altri libri iniziati e non finiti, mi ha aspettato, ogni volta pronto ad essere ripreso, qualche capitolo ancora. E poi ieri, sabato, l'ho finito tutto d'un fiato.
L'ho letto nella versione originale inglese, ma poi ho comprato l'edizione italiana per il marito.

La voce narrante è quella di Maud, una vecchia signora ottantenne che sta perdendo la memoria. Spesso, sempre più spesso, non riconosce cose e persone intorno a sé. Dimentica ciò che ha fatto, detto o pensato solo pochi secondi prima. Le sue tasche sono piene di foglietti con appunti per ricordare cosa è successo, cosa ha fatto, cosa deve fare. Parole quasi sempre incomprensibili, perché la sua mente dimentica continuamente. Ma c'è un pensiero che ritorna, fisso, costante: la sua amica Elisabeth è scomparsa. E attorno a questo punto di riferimento ricorrente nel cerchio chiuso dei suoi pensieri ruota tutta la storia. 
E la storia sono due storie, perché al presente si alterna il passato, con il racconto di un'altra scomparsa, quella della sorella maggiore Sukey negli anni dell'immediato dopoguerra. 
I due piani temporali, passato e presente, si alternano dapprima rigidamente e quasi meccanicamente in ogni capitolo, poi in maniera più sfumata man mano che la malattia e la condizione mentale di Maud sembrano peggiorare. Ma è forse proprio questo peggioramento,  questa confusione crescente fra passato e presente, che porta la protagonista a rivivere nel presente, come in un transfert, la vicenda dolorosa della scomparsa della sorella, e a condurre alla soluzione finale del mistero. 

In tutto il libro il punto di vista di Maud non viene mai abbandonato, neanche nell'epilogo finale. Il mondo, i personaggi, tutto è filtrato dai suoi occhi, dai suoi pensieri,  dalla sua percezione impedita. Eppure tutto può essere raccontato. Anche grazie all'amore e all'affetto della figlia Helen e della nipote Katy che vivono con lei, il groviglio interiore di Maud non perde mai di senso e di dignità, e sono proprio il coraggio e la follia dell'amore che rendono possibile la comunicazione impossibile e la soluzione finale. 

Un libro toccante, pieno di sensibilità, tenerezza, umanità, ancora più sorprendente perché scritto da un'autrice appena ventottenne e alla sua opera prima.

Basta guardare Katy. Mi sembra assurdo avere una nipote con i "piercing", ma suppongo che gli altri adolescenti la considerino nella norma. Magari avrei i "piercing" anch'io se fossi giovane adesso. Si appoggia a uno scaffale di gonne a fiori, imitando la mia posa, mentre Helen resta perfettamente dritta nel bel mezzo del corridoio di linoleum, costringendo gli altri clienti a scansarla.
"Mamma, ti abbiamo fatto vedere un centinaio di pullover" dice. "Li hai scartati tutti. Non se n'è salvato neanche uno."
"Impossibile che fossero un centinaio." Helen mi irrita parecchio quando esagera così. "E laggiù? Da quella parte non abbiamo ancora controllato." Indico il lato opposto del reparto donna.
"Nonna, arriviamo proprio da lì."
Sì, ha ragione. Vero?
Katy si scosta dalle gonne e prende un pullover color crema da uno scaffale vicino. "Guarda, questo è carino. E' del colore giusto."
"E' a coste. Non va bene." Scuoto la testa. "Non capisco. Voglio solo un pullover con la scollatura tonda. Non un dolcevita, niente scollo a V. Caldo ma non troppo pesante."
Katy fa un sorrisetto alla madre prima di rivolgersi di nuovo a me. "Sì, e non deve essere troppo lungo ma neanche troppo corto..."
"Esatto. Metà dei maglioni non coprono nemmeno l'ombelico. E so che mi stai prendendo in giro, Katy" dico, anche se me ne sono accorta mentre stavo già rispondendo. "Ma non mi sembra di chiedere molto, no? Un pullover normale."
"Di un colore normale. Nero o blu scuro o beige o..."
"Grazie Katy. Ridi pure, ma non pretenderai che mi metta uno di questi colori assurdi? Talpa o magenta o foglia di tè o quel che è."
Non so trattenere un sorriso; mi piace essere punzecchiata. Elisabeth lo fa spesso. Mi fa sentire umana. Almeno qualcuno mi considera intelligente da riconoscere una battuta.
Mia nipote ride, Helen invece si mette le mani nei capelli guardando le schiere di vestiti. "Mamma, non capisci che è un'impresa impossibile trovare un pullover che abbia la lunghezza, lo spessore, il colore, lo scollo e Dio solo sa cos'altro esattamente come piace a te?"
"Non capisco perché. Da giovane riuscivo sempre a trovare il pullover giusto. C'era più scelta, a quel tempo."
"Cosa, durante il razionamento? Ne dubito."
"E invece sì. O almeno, si trovava sempre qualcuno che ti faceva quello che volevi. E Sukey mi portava un sacco di vestiti bellissimi."
Emma Healey, Elisabeth è scomparsa, 2014, Mondadori, pp. 39-40, trad. Manuela Faimali

giovedì 19 febbraio 2015

The silver lining: tre cose belle in due giorni brutti

immagine tratta da internet

Every cloud has a silver lining dicono gli inglesi, per dire che esiste un lato positivo a ogni cosa

E ci sono giorni in cui ricordarlo non guasta.

Per cui ho deciso di fare questo gioco: sforzarmi di trovare qualcosa di bello ogni giorno,  soprattutto in quelli peggiori. 
Sapete che vi dico? Funziona! A guardarsi bene intorno, di cose belle se ne trovano inaspettatamente un sacco. E aiuta.

Dopo il ciclamino rubato, comincerò intanto dai primi assaggi di primavera in casa:



1. La violetta è fiorita anche quest'anno, e l'orchidea ha quattro/cinque boccioli almeno, pronti a sbocciare nelle prossime settimane. Entrambe le piante sembravano spacciate fino a pochi mesi fa. Non male, no?

2. C'è quella cosa dettami ieri da una collega in seguito a un attacco gratuito e cattivo della D.: "Non devi pensare che non ti importa, non devi pensare che non sei come ti ha definito anzi, devi essere orgogliosa di esserlo" (è un po' lunga da spiegare, ma in altre parole è un po' come se una persona gretta e cattiva dice di voi che siete troppo sensibili). E io da sola non ci avrei pensato.

3. Quell'arrabbiatura di oggi, che sembrava dovesse bucarmi lo stomaco, è letteralmente svanita. Grazie a una piccola reazione di orgoglio. E grazie a due colleghe con cui ci siamo prese due caffè e una camomilla (indovinate chi ha preso la camomilla) e scambiate parole e risate. Ed è troppo bella questa sensazione che, nonostante tutta la grettezza intorno, se le cerchiamo, alla fine troviamo sempre anche solidarietà e umanità. E che non c'è limite a quello che possono fare. Basta avere tenacia e speranza.

Insomma, scusate lo sfogo personale e il post un po' sconclusionato, sto cercando di farmi forza in un periodo difficile, e oggi ho deciso di condividere qualche stralcio del mio percorso sul blog.

Vi piace l'idea del silver lining? Non sembra anche a voi che un po' funzioni?

lunedì 16 febbraio 2015

Hanno rubato il ciclamino!

Quanto mi dispiace! Giusto ieri lo guardavo, con i fiori in piena esplosione...
e oggi tornando a casa... non c'era più! Hanno lasciato il sottovaso e se lo sono rubato. Il ciclamino bianco.
Mi dispiace perché era un regalo della mia amica D. ed era bellissimo.
Lo avevo messo fuori un paio di anni fa, nello spazio condominiale tra il cancello e il portone, perché sembrava morto, e invece si era ripreso alla grande. Qualche mese fa qualcuno si era preso la briga di spostarlo e avvicinarlo al cancello invece che lasciarlo davanti al portone. E immagino che qualcun altro, passando, oggi, lo abbia notato, splendido come era, e se lo sia preso (non voglio neanche pensare che sia stato qualcuno degli inquilini del palazzo...).























Lo so che è una stupidaggine, ma sono davvero triste...

domenica 8 febbraio 2015

Polpettone svuota-dispensa e salva-rifiuti a base di lenticchie, patate e scorze di parmigiano reggiano


La ricetta è nata senza preavviso questa mattina per salvare dalla pattumiera alcuni alimenti.

1. Le patate. 
Ne mangiamo ormai molto poche: stavano cominciando a germogliare e nel giro di poco sarebbero finite tra i rifiuti. Non solo non le ho buttate, ma ho deciso, per la prima volta, di cucinarle e utilizzarle con tutta la buccia, dopo averle lavate ben bene.


2. Il parmigiano o meglio le scorze indurite del parmigiano.
Rimangono in frigo e si induriscono e non si sa cosa farne. Ho lavato e grattato la scorza e poi l'ho triturata (il frullatore non ce la faceva, tutto a mano con tagliere e coltello!).


 La foto è prima del lavoro. Il "dopo" non l'ho fotografato perché ero esausta (lavoro imprevisto della domenica mattina di quelli nei quali ti imbarchi senza sapere cosa ti aspetta).

3. Le lenticchie.
Le avevo cucinate ieri, ma dimenticate un po' troppo sul fuoco, e dunque si erano eccessivamente asciugate. Non che non si potessero mangiare, ma in casa erano piaciute poco.


4. Un po' di bieta o bietola avanzata, davvero buona a nulla da sola.



E dunque mi sono imbarcata in un bel polpettone della domenica
Ho amalgamato tra loro tutti gli ingredienti nel frullatore: le lenticchie, le patate bollite, il parmigiano tritato, la bieta, aggiungendo due uova, farina di grano tenero e farina di ceci a occhio, un pizzico di noce moscata. 
Ho formato tre "polpettone", le ho sistemate in una teglia con olio d'oliva e ho infornato per circa 45 minuti a 180 gradi.
Ed ecco il risultato:


L'aspetto è proprio quello di un polpettone di carne. Il sapore quasi quasi pure. E scarti zero.
Quello che avanza si può congelare già affettato ed è ottimo per le emergenze.

Buon appetito!