"Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra". "Includi nella tua scelta attuale l'integrità futura dell'uomo come oggetto della tua volontà". Hans Jonas, Il principio responsabilità

giovedì 29 novembre 2012

A Doha è in corso la Conferenza mondiale sul clima (Cop 18). Notizie dal secolo scorso.

E' cominciata a Doha l'annuale Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici (Cop 18).
Mi è sembrato interessante riproporre un articolo di 15 anni fa, scritto durante lo svolgimento della Conferenza di Kyoto (Cop 3), quella che avrebbe portato al (famoso) protocollo, da Giorgio Nebbia sul Manifesto. I contenuti sono ancora validissimi. Se non fosse per tutto il tempo che è passato invano.
Un clima turbolento
Di cosa stanno parlando le falangi di ministri, assistenti, consulenti, lobbisti, riuniti a Kyoto? Del nostro futuro, di come saranno i raccolti di granturco e canna da zucchero, di caffè e patate, della convenienza o meno di costruire nuovi porti o villaggi turistici, delle alluvioni che spazzeranno via, nei prossimi decenni, migliaia di persone, campi e case, e degli altri milioni di persone che saranno afflitte dalla sete, con i campi isteriliti dalla siccità.
Tutti questi eventi sono influenzati dai cambiamenti della composizione chimica e dell'atmosfera dovuti alle attività umane.
I gas dell'atmosfera regolano il rapporto fra il flusso di energia solare che raggiunge la superficie della Terra e l'energia che la superficie terrestre irraggia verso gli spazi interplanetari: da tale rapporto dipende la temperatura media terrestre che oggi è di circa 15 gradi Celsius. 
Un aumento, anche piccolo, di tale temperatura media povoca lo scioglimento di una parte dei ghiacci, un innalzamento del livello degli oceani, intense piogge da qualche parte del pianeta o l'avanzata dei deserti da qualche altra parte.
Vari gas di origine antropica immessi nell'atmosfera fanno aumentare la quantità di calore trattenuto sulla superficie del pianeta e il suo conseguente riscaldamento per "effetto serra". Uno di questti, l'anidride carbonica, si forma quando si bruciano i combustibili fossili: petrolio, carbone, gas naturale, ma anche i rifiuti e la cellulosa durante gli incendi dei boschi, si libera durante la produzione della calce e del cemento: ogni anno circa 25 miliardi di tonnellate vengono immessi nell'atmosfera, un valore in continuo aumento. Più aumentano i consumi di energia e la produzione industriale, più aumenta la concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera, più intensi e rapidi i mutamenti climatici.
Altri gas responsabili dell'effetto serra sono il metano, immesso in quantità crescente nell'atmosfera in seguito al crescente uso del gas naturale e al relativo inquinamento; gli ossidi di azoto che sono l'inevitabile sottoprodotto di tutte le combustioni durante le quali l'ossigeno e l'azoto dell'aria reagiscono fra loro; vari composti clorurati, come i clorofluorocarburi e vari solventi.
Adesso si fa tanto rumore, ma l'effetto serra era stato previsto dal fisico svedese Argenius quasi un secolo fa ed è stato considerato per tutto questo tempo una bizzarria. A mano a mano che sono migliorati i rilevamenti meteorologici e le misure della concentrazione dei gas atmosferici, e poi con l'osservazione della superficie terrestre da parte dei satelliti e con l'uso di adatti modelli matematici, ha trovato conferma l'esistenza di un riscaldamento terrestre dovuto alle scorie gassose delle attività umane.
Che fare per rallentarlo o femarlo? La ricetta sembra abbastanza chiara, anche se sgradevolissima: per diminuire l'immissione nell'atmosfera dei gas responsabili dell'effetto serra bisogna consumare meno energia e meno merci, e merci diverse dalle attuali.
"Meno" è parolaccia: i consumi di energia devono aumentare (non ci viene forse fatto credere ogni mese che l'economia va meglio "perchè" si consuma più elettricità?); la produzione e il consumo delle merci deve aumentare; il numero delle automobili e dei chilometri percorsi deve aumentare.
Del resto i paesi del Sud del mondo, che stanno appena adesso assaporando le delizie della società dei consumi, vogliono soltanto aumentare, il più possibile e il più presto possibile, i loro consumi di energia, di automobili, frigoriferi, cemento: se vogliono salvare il futuro del pianeta siano i paesi industriali, essi dicono, a frenare i loro consumi.
Da parte loro i governi dei paesi industriali, che portano la voce delle loro lobby industriali e finanziarie, spiegano che se davvero dovessero diminuire i consumi di energia, gli effetti sarebbero l'aumento della disoccupazione e la crisi economica.
E allora, in mancanza di decisioni coraggiose e lungimiranti, non restano che i palliativi, come quelli in discussione in questi giorni a Kyoto: al più una qualche promessa di una piccola diminuzione di consumi di energia, a partire da una qualche data del ventunesimo secolo, e intanto ogni decennio che passa un altro quarto di miliardo di tonnellate di anidride carbonica continua a finire nell'atmosfera.
In conclusione tutto sembra continuare, a meno di microscopici aggiustamenti, come proma; e invece sarebbero proprio i mutamenti radicali di merci, di processi, di impianti, delle strutture urbane, imposti dalla necessità di diminuire il flusso nell'atmosfera dei gas responsabili dell'effetto serra, a fare aumentare l'occupazione, a migliorare le condizioni di vita, soprattutto dei paesi poveri, a garantire una maggiore sicurezza per il futuro.
Dimenticavo di dire che i più attenti al dibattito di Kyoto sono le compagnie di assicurazione: se non si riesce a rallentare o fermare l'effetto serra e i mutamenti climatici, sono loro che ci rimetteranno un sacco di soldi per risarcire i danni dovuti alla perdita dei raccolti, all'allagamento dei villaggi turistici costieri, alla  minore utilizzazione dei porti.
Ma guarda dove si devono cercare alleati quando si tratta di salvare il nostro povero pianeta!
Giorgio Nebbia, Il Manifesto, 2 dicembre 1997           
Insomma, ora nel futuro ci siamo. Molte cose sarebbero state possibili. Molte cose sono cambiate, in peggio. Molte previsioni si sono avverate. C'è in più una crisi economica le cui cause non sono, come si paventava, da ricercarsi negli interventi di riduzione dei gas serra, semmai il contrario. La situazione è precipitata, forse oltre le più pessimistiche previsioni. Ed è proporzionalmente  aumentato il totale disinteresse riguardo alla questione dei cambiamenti climatici, proprio ora che i suoi effetti sono sotto i nostri occhi. Chissà se anche le compagnie di assicurazioni si sono adeguate e hanno trovato soluzione ai loro problemi. Scommetterei di sì.

L'anno scorso per la Cop 17 a Durban scrivevo: Quanta CO2 tagliamo oggi?; Rifiuti e cambiamenti climatici

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